E’ finito il sapone

Caro Presidente,

fa bene ad esortare a “tenere sempre alta la guardia contro il riattizzarsi di nuove possibili tentazioni di ricorso alla protesta violenta, e di focolai non spenti di fanatismo politico e ideologico” (fonte: Repubblica).

Io quegli anni li ho vissuti da bambino. Ricordo i fotogrammi di via Fani al telegiornale attraverso l’espressione attonita di mia madre. Ricordo vagamente una manifestazione incontrata per sbaglio a Largo Argentina: il fumo acre dei lacrimogeni, il rumore degli spari, la corsa, l’ospitalità provvidenziale di una sarracinesca abbassata ad una madre con due bambini. Ricordo che si accendeva il telegiornale chiedendosi a chi sarebbe toccata, chi sarebbe morto quel giorno.

Ricordo anche, però, la sensazione di unità nazionale. Una sensazione quasi fisica, talmente forte da risultare evidente anche al bambino che ero. Ricordo lo sdegno che quegli episodi suscitavano. Ricordo lo choc nazionale per la morte di Aldo Moro. Quel corpo appallottolato in quel bagagliaio troppo stretto è una delle immagini della mia giovinezza: di sicuro non la più bella; probabilmente una delle più forti.

Ecco, la nostra generazione quegli anni non li ha vissuti come ha fatto la sua: li ha respirati, sfiorandoli quasi per caso. Li ha capiti (forse) carpendo brani dei discorsi “da grandi”.

Quello fu il punto più basso ed allo stesso tempo più alto della nostra politica: furore ideologico contrapposto ad unità di intenti. Quegli anni li ricordo segnati da personaggi come Andreotti, Forlani, Almirante, Berlinguer. Persone che, nonostante le loro diverse opinioni, o forse proprio grazie ad esse, seppero prendere per mano un paese e condurlo ancora unito fuori dagli anni di piombo.

Però, signor Presidente, non posso non notare che il suo discorso è stato tenuto al cospetto di persone (sopravvissuti e familiari delle vittime) che di quelle stragi ancora chiedono un colpevole. Familiari costretti a pagare le spese processuali di un processo che non ha visto colpevoli. Sopravvissuti lasciati da soli a combattere la loro battaglia quotidiana contro i ricordi e le ferite.

Davanti a queste persone Lei non può limitarsi a chiedere che “Il governo sciolga i nodi che rendono ancora incerto e precario l’insieme dei diritti pur riconosciuti per legge a chi è sopravvissuto e ai familiari delle vittime del terrorismo“. Davanti a queste persone il governo è Lei, che in quegli anni c’era!

Se voi, che quegli anni li avete vissuti da protagonisti, temete oggi il possibile ripetersi di simili eventi, devo credervi. Però devo chiederLe: a chi dare la colpa se, a distanza di trent’anni, ci troviamo ancora davanti alla possibile scelta della violenza come unica via per il cambiamento?

L’humus che ogni rivoluzione porta con se, e quella degli anni di piombo fu una rivoluzione, dovrebbe essere sfruttato per far crescere qualcosa. Dalla “rivoluzione italiana” cosa è nato? Cosa avete fatto nascere, voi che eravate alla guida?

In quell’humus ha prosperato la P2. Alcuni punti del suo programma erano (fonte: wikipedia): Portare il Consiglio Superiore della Magistratura sotto il controllo dell’esecutivo, separare le carriere dei magistrati, rompere l’unità sindacale e abolire il monopolio della Rai. Le suonano familiari?

Signor Presidente, se violenza sarà questa volta (ed io spero vivamente che non sia), sarà la violenza di un paese stanco e deluso da promesse mai mantenute. Un paese privato perfino della speranza di un cambiamento.

Sento evocare, in questi giorni, lo spettro di Tangentopoli. Ma “la cricca” non ha niente a che fare con “Mani Pulite”. Io ricordo le monetine che volavano davanti all’Hotel Raphael; ricordo lo sdegno di tutto il paese di fronte all’evidenza della corruzione elevata a sistema. Ma quella corruzione (per quanto esecrabile) aveva ancora un fondo di decenza: si diceva ideologica e, per quanto poco, dava qualcosa in cambio al paese. La corruzione di oggi è fine a se stessa, funzionale solo all’arricchimento personale in sfregio al più elementare senso del pudore.

Oggi siamo così stanchi, e così poveri, che non abbiamo più nemmeno la forza di tirare monetine. Ma lo sdegno, l’incazzatura, quella ancora c’è: cova sotto la cenere della disoccupazione, alimentato dai miliardi che si trovano sempre per sostenere banche ed amici degli amici.

Fate bene ad avere paura, perché siete arrivati alla fine del vostro percorso. Il sapone, questa volta, è finito: le promesse che avete fatto ai nostri padri non vi serviranno con noi. La nostra generazione chiede un cambiamento, un rinnovamento. E lo avrà, può starne certo!

Personalmente mi auguro che la battaglia che alcuni di noi stanno conducendo all’interno dei partiti possa portare i suoi frutti e condurre a quel rinnovamento che ci serve. Ma se le resistenze che il sistema pone a difesa di se stesso dovessero perdurare, allora temo che tra trent’anni questi anni saranno anch’essi ricordati.

Spero ancora da un Presidente di una Repubblica Democratica.

Cordialmente suo

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